Hijab: lei lo indossa, agli altri dà fastidio

Donna musulmana con hijab circondata da pregiudizi e opinioni sulla sua scelta di indossarlo

Lo porto io, per mia scelta. Eppure, da quando ho iniziato a indossarlo, ho scoperto una cosa curiosa: sembra riguardare moltissimo anche persone che non l’hanno mai avuto sulla testa.

Da quando indosso l’Hijab c’è una domanda che ogni tanto mi torna in mente.

Perché dà così fastidio?

Non a me.

Agli altri.

Lo indosso io, ho scelto io di farlo, spoiler: di mia spontanea volontà.

Eppure è bastato coprire i miei capelli perché una decisione che riguarda il mio corpo, la mia fede e il mio rapporto con Allah, acquisisse improvvisamente una sorprendente dimensione collettiva.

Gli sguardi sono cambiati: alcuni sono semplicemente curiosi, e quelli non mi disturbano affatto.

Altri li riconosci: quello che indugia un secondo di troppo, quello diffidente, quello che sembra cercare di capire chi abbia davanti prima ancora che tu abbia aperto bocca.

E poi c’è lo sguardo sospettoso. quello è quasi affascinante.

Tu magari stai semplicemente camminando per strada mentre ripercorri mentalmente l’agenda degli ultimi giorni – l’appuntamento di domani, quella telefonata da fare, la mail a cui non hai ancora risposto e quella cosa importantissima che eri sicura di ricordare senza scriverla e che, naturalmente, hai dimenticato.

Insomma, sei impegnata nella normalissima attività quotidiana e nel frattempo qualcuno ti osserva come se il tessuto sulla tua testa avesse appena aggiunto alla scena, informazioni che tu ignori.

Ed è lì che ho cominciato a chiedermi come fosse possibile che un semplice indumento riesca a disturbare così tanto chi non deve indossarlo?

La domanda diventa ancora più interessante se pensiamo al momento storico in cui viviamo.

Dell’hijab discutono politici, giornalisti, opinionisti, commentatori televisivi, utenti dei social e quel signore nei commenti di Facebook che, tra una foto del buongiorno e l’altra, ha evidentemente conseguito una specializzazione in diritto islamico.

Tutti hanno qualcosa da dire, soprattutto sulle donne che lo indossano.

Molto spesso contro le donne che lo indossano.

E così il velo islamico è diventato contemporaneamente simbolo di oppressione, provocazione, arretratezza, identità, religione, mancata integrazione e probabilmente altre 17 cose simili a queste.

Nel frattempo, sulla testa della donna che lo indossa, continua tranquillamente ad essere un atto di fede.

Prima di stabilire che cosa pensiamo dell’hijab, sarebbe utile sapere che cosa stiamo guardando.

Se chiedessimo a dieci persone che cos’é l’hijab, probabilmente nove indicherebbero la testa di una donna musulmana.

La decima direbbe: “il velo”.

Ed eccoci già nei guai.

Perchè siamo riusciti a prendere un concetto, che nell’Islam coinvolge lo sguardo, il corpo, il comportamento, le relazione con gli altri e quella con Allah e a riassumerlo in ciò che vediamo sulla testa di una donna.

Un lavoro di sintesi notevole.

Solo che l’hijab non comincia dai capelli.

E – piccolo colpo di scena che tende misteriosamente a scomparire ogni volta che si discute dell’argomento – non comincia nemmeno dalle donne.

Nella sura An – Nur, quando il Corano entra nel territorio della modestia, dello sguardo e della castità, il versetto 30 si rivolge per primo agli uomini credenti: viene chiesto loro di abbassare lo sguardo e custodire la propria castità.

Nel versetto successivo, l’indicazione viene rivolta alle donne credenti, insieme alle prescrizioni riguardanti l’ornamento e la copertura.

Si, esatto. Gli uomini erano nella conversazione ancor prima di noi.

Questo particolare è importante perché manda in pensione una delle spiegazioni più semplicistiche dell’hijab: la donna deve coprirsi perchè altrimenti l’uomo viene tentato.

No. L’uomo ha ricevuto una responsabilità tutta sua.

La modestia femminile non è il sistema di autocontrollo dell’uomo.

Per capire davvero il concetto di modestia nell’Islam, dobbiamo incontrare una parola che in italiano non possiede una traduzione perfetta: hayā.

Spesso viene tradotta con “pudore” o “modestia”, ma nessuna di queste parole, presa da sola, riesce a contenerla completamente.

Hayā non è timidezza, non significa camminare a testa bassa, parlare sottovoce o cercare di occupare meno spazio possibile.

È qualcosa di più profondo.

È quel senso interiore di dignità, pudore e coscienza morale che crea un limite prima ancora che qualcuno debba imporlo dall’esterno.

La hayā riguarda ciò che guardiamo e il modo in cui guardiamo, il linguaggio, il comportamento, il corpo, la sessualità, il modo in cui ci relazioniamo agli altri.

Ciò che scegliamo di rendere pubblico e ciò che riconosciamo come intimo. E riguarda uomini e donne.

Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) le attribuì un’importanza enorme: negli hadith autentici riportati sia da al-Bukhari sia da Muslim, la hayā viene definita parte della fede. Non parte del guardaroba.

E improvvisamente la prospettiva cambia.

Perchè a questo punto l’hijab smette di essere soltanto qualcosa che una donna mette sulla testa e diventa la parte visibile di qualcosa di molto più ampio: il modo in cui guarda, ciò che sceglie di mostrare, ciò che custodisce, il rapporto con il proprio corpo, i confini che riconosce e, prima di tutto, il rapporto con Allah.

Naturalmente questo non significa che basti dire “quello che conta è quello che hai dentro” e tutti a casa.

Sarebbe comodissimo.

La spiritualità islamica, purtroppo per gli amanti delle scorciatoie, è un po’ più esigente.

L’abbigliamento ha le sue prescrizioni, lo sguardo le sue, il comportamento anche. E l’interiorità non viene utilizzata come gomma per cancellare tutto ciò che riguarda l’esteriorità.

Ma neppure il contrario.

Puoi avere l’hijab sistemato perfettamente, nessun capello visibile e una piega talmente precisa da meritare una certificazione ISO. Ottimo. Abbiamo parlato comunque soltanto di una parte.

Ed è qui che torniamo alla bellezza, perché anche l’idea secondo cui una donna musulmana dovrebbe coprirsi per “nascondere la propria bellezza” rischia di essere tremendamente povera.

La bellezza non è il nemico.

Una donna musulmana può amare ciò che è bello, può essere elegante, può scegliere colori e stili che le stanno bene.

Il punto della modestia non è diventare meno bella, ma riconoscere che non tutto ciò che è bello deve necessariamente essere messo a disposizione dello sguardo pubblico per avere valore.

Ed è un concetto quasi sovversivo in un’epoca che ci invita continuamente a mostrarci.

Scopriti, condividi tutto, esponiti, documenta, fatti vedere. E possibilmente fallo in verticale, con una buona illuminazione e prima che l’algoritmo cambi nuovamente idea.

L’hijab introduce una possibilità differente.

Posso scegliere ciò che mostro senza che questo diminuisca ciò che sono.

E allora quella domanda iniziale ritorna.

Perché questa scelta disturba tanto?

Potremmo liquidare tutto dicendo che sono soltanto impressioni, gli sguardi si interpretano, la diffidenza non si misura con un termometro.

Fortunatamente – o purtroppo – abbiamo anche dei numeri.

Nel 2024 l’Agenzia dell’unione europea per i diritti fondamentali, ha pubblicato Being Muslim in the EU, basato sulle esperienze di quasi 10.000 musulmani in 13 Paesi europei.

I risultati sono difficili da archiviare sotto la voce “sensazioni”.

Le persone musulmane che indossano abbigliamento religioso visibile, risultano maggiormente esposte a discriminazione e molestie, e il fenomeno colpisce in particolare le donne. Tra le musulmane che indossano abiti religiosi in pubblico, il 27% ha riferito molestie nell’anno precedente, contro il 16% di quelle che non lo indossano. E quando si entra nel mondo del lavoro la differenza diventa ancora più evidente: il 45% delle donne musulmane che indossano abbigliamento religioso ha riferito esperienze di razzismo nella ricerca di un lavoro nei cinque anni precedenti. Tra le giovanissime, dai 16 ai 24 anni, la percentuale arriva al 58%.

Un simbolo religioso visibile può effettivamente cambiare il modo in cui una donna viene guardata e trattata.

Ed è qui che il dibattito sulla “liberazione” delle donne musulmane acquista un’ironia piuttosto amara.

Perché spesso ci viene detto che una donna deve essere libera di scegliere cosa fare del proprio corpo, ed è un principio che dovrebbe essere semplicissimo.

Finchè sceglie di scoprirlo.

Quando sceglie consapevolmente di coprirne una parte, improvvisamente cominciamo a chiederci se sia davvero capace di scegliere.

Naturalmente esistono donne costrette a coprirsi, negarlo sarebbe intellettualmente disonesto e, soprattutto, ingiusto nei loro confronti e proprio per questo a tutte loro dedicherò un’articolo a parte.

Ma proprio per questo dovremmo riuscire a tenere insieme due pensieri senza che il sistema vada in crash:

una donna obbligata a indossare il velo non è libera.

Una donna obbligata a toglierlo nemmeno.

E in mezzo ci sono milioni di donne reali, non simboli, non argomenti da talk show, non manifesti ambulanti dell’islam.

Donne.

Due donne giudicate perché indossano o non indossano l'hijab, simbolo di percorsi personali diversi

Una può indossare l’hijab a vent’anni, un’altra da ieri. Un’altra può attraversare momenti di difficoltà, una può sentirsi immediatamente sé stessa. Un’altra può aver bisogno di tempo per riconoscersi allo specchio. E un’altra ancora può non indossarlo affatto.

Questo non ci consegna automaticamente la misura della sua fede, così come indossarlo non è un certificato di perfezione spirituale.

Gli esseri umani sono percorsi, non fotografie.

Una fotografia ci dice come una donna era vestita in quell’istante, ma non ci racconta da dove viene, non ci dice cosa sta imparando, con cosa sta lottando, quali passi ha già compiuto, quali non riesce ancora a compiere, né soprattutto quale sia il suo rapporto con Allah.

Possiamo parlare delle prescrizioni religiose senza trasformarci nella commissione esaminatrice della spiritualità altrui e le due cose, sorprendentemente, riescono a convivere.

Forse è proprio questo che mi sorprende ancora quando incontro certi sguardi.

Io so perchè ho scelto di indossare l’hijab, so cosa rappresenta per me, so che nessuno me lo ha imposto.

Eppure qualcuno che mi incrocia per cinque secondi, può pensare di sapere qualcosa sulla mia libertà che io, evidentemente, non avrei ancora capito.

Bisogna ammetterlo: è un livello di fiducia nelle proprie capacità deduttive, davvero invidiabile.

Forse allora il problema non è che l’hijab copra troppo.

Forse è che rende visibile qualcosa che siamo poco abituati a vedere: una donna che stabilisce autonomamente che non tutto di lei debba essere disponibile allo sguardo degli altri.

Possiamo discutere dell’hijab e interrogarci sul suo significato religioso. Anzi, dovremmo.

Ma magari potremmo cominciare da una premessa rivoluzionaria:

chiedere alle donne che lo indossano cosa significa per loro prima di deciderlo al posto loro.

Perché alla fine continuo a tornare alla stessa domanda che ancora non trova una risposta.

L’hijab lo indosso io, per scelta, sul mio corpo, per la mia fede.

E allora, esattamente:

perchè da così fastidio a te?

E adesso la parola a chi l’hijab lo vive davvero.

Lo indossi? Stai pensando di farlo? Il tuo rapporto con l’hijab è cambiato nel tempo?

Se ti va raccontami la tua esperienza nei commenti.

Rispondi

Scopri di più da Sarah Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere